Dal “non voglio più” al “verso cosa voglio andare?”
- Rosalba Romano
- 7 ore fa
- Tempo di lettura: 2 min

A volte il cambiamento inizia con una frase molto semplice.
“Non voglio più sentirmi così”
“Non voglio più essere trattato/a così.”
“Non voglio più avere tutta questa ansia.”
Sono frasi che arrivano spesso durante un periodo faticoso. Quando qualcosa ha superato una soglia e diventa chiaro che così non può continuare.
In quel momento il “non voglio più” ha una forza importante. Segna un limite. Dice che qualcosa, dentro di noi, ha smesso di essere tollerabile. Aiuta a riconoscere che c’è una situazione che non ci fa stare bene.
È spesso il primo passo del cambiamento.
Ma è solo l’inizio.
Queste frasi, infatti, hanno una direzione chiara: allontanarsi da qualcosa.
E a volte questo basta per iniziare a muoversi. Per cercare aiuto. Per mettere in discussione abitudini che ci sembrano immodificabili.
Il problema è che il “non voglio più” indica molto bene da cosa scappare, ma non sempre dove andare.
E quindi, cosa resta?
Quando qualcosa smette di funzionare, spesso si apre uno spazio in cui qualcosa non esiste ancora. Si apre alla domanda più importante: io cosa voglio davvero?
Questa è una domanda a cui è spesso molto difficile rispondere. Non ci chiede solo di riconoscere ciò che fa male. Ci chiede di immaginare qualcosa che ancora non esiste del tutto.
Gli obiettivi formulati in negativo, infatti, hanno una caratteristica particolare: tengono la mente ancorata al problema. Anche quando proviamo a cambiare qualcosa, il punto di riferimento rimane sempre ciò che stiamo cercando di evitare.
È un po’ come quando, nello sport, un atleta entra in campo con un unico pensiero: non sbagliare.
Non devo sbagliare il servizio.
Non devo sbagliare i passaggi.
Non devo prendere un brutto punteggio.
Il risultato, spesso, è che tutta l’attenzione resta agganciata all’errore e ancora più spesso ci si prepara non a fare un errore casuale, ma proprio quell’errore che cercavamo di evitare.
Nella performance sportiva, invece, gli obiettivi più efficaci sono quelli orientati verso ciò che si vuole fare: il gesto da eseguire, il movimento da cercare, la prestazione da costruire.
Qualcosa di simile accade anche nella vita quotidiana.
Se il nostro obiettivo è solo evitare ciò che non funziona più, il rischio è di restare concentrati sul problema, senza riuscire a vedere con chiarezza la direzione.
Quindi, cosa possiamo fare?
A questo punto, il lavoro inizia a essere difficile, da un lato, molto interessante, dall'altro.
Non più solo: Da cosa voglio allontanarmi?
Ma anche: Verso quale tipo di vita voglio andare?
Non voglio più vivere con tutta questa ansia → Come vorrei sentirmi allora?
Non voglio più essere trattato/a così → Che tipo di relazioni mi fanno stare bene?
Non voglio più restare in questa situazione → Quali sono le situazioni che invece avrebbero senso per me?
Il “non voglio più” segna un confine. Ma è il “verso cosa” che comincia a indicare una direzione.
Ed è spesso lì che il cambiamento smette di essere solo una fuga dal disagio e diventa, lentamente, un movimento verso qualcosa di più vicino a ciò che siamo.



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