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Buoni propositi: non serve cambiare tutto, serve ascoltare meglio


Ci sono momenti dell’anno in cui il tempo sembra rallentare: i giorni tra la fine e l’inizio, quando qualcosa si chiude e qualcos’altro ancora non è iniziato del tutto.

È spesso lì che nascono i buoni propositi: su un foglio, in una nota del telefono, a volte solo nella testa.

Non sempre arrivano come desideri. A volte assomigliano più a richieste severe ("dovrei fare di più", "questa volta devo riuscirci", "non posso rimanere come sono").

E se invece l’anno nuovo fosse un invito diverso?


Quando i buoni propositi parlano di noi

Molti propositi raccontano meno ciò che vogliamo diventare e più come ci stiamo guardando in questo momento. Se nascono dalla fretta, dal confronto o dal giudizio, rischiano di trasformarsi in una pressione silenziosa che accompagna i primi mesi dell’anno, che rischia di bruciare molte delle nostre energie.

In questi casi, il cambiamento perde il suo senso trasformativo e diventa una rincorsa. Non perché manchi la motivazione, ma perché manca l’ascolto.


Dal “fare di più” al “stare meglio”

Siamo abituati a pensare il cambiamento come una lista di azioni. Eppure, nella vita quotidiana, così come nello sport o nel lavoro, ciò che fa davvero la differenza è come stiamo mentre attraversiamo il processo.

Quando l’attenzione è tutta sul risultato, perdiamo il contatto con segnali preziosi: le emozioni, il corpo, il ritmo che possiamo sostenere.

Il rischio è quello di migliorare “in teoria”, ma allontanarsi da sé nella pratica.


Buoni propositi come domande

Esiste un modo diverso di pensare i propositi: non come risposte da trovare subito, ma come domande da abitare nel tempo.

Domande che non chiedono efficienza, ma presenza. Che non spingono a cambiare tutto, ma a guardare meglio.

A volte è proprio questo spostamento, dal controllo alla curiosità, a rendere possibile un cambiamento autentico.


Piccoli passi, non grandi rivoluzioni

Il cambiamento che dura raramente è rumoroso. È fatto di micro-scelte quotidiane, di aggiustamenti, di pause riconosciute prima di essere forzate.

Un buon proposito può essere anche imparare a fermarsi un attimo prima. O concedersi di non sapere subito dove si sta andando, restando comunque in cammino.


Il rischio di volere un cambiamento rumoroso e veloce è quello di esporci al misero fallimento con la conseguenza di sentirci ancora più inadeguati e di avere l'idea, sempre più forte, che siamo deboli e che le cose per noi non potranno mai cambiare.


L’anno nuovo non chiede perfezione. Non chiede di diventare qualcun altro. Non dobbiamo farlo neanche noi.

Chiede presenza, continuità, relazione. Con ciò che siamo oggi, non con ciò che “dovremmo” essere domani.

Forse il proposito più gentile è questo: restare in ascolto, mentre si va avanti, un piccolo passo alla volta.


(e se sentissi il bisogno di qualcosa di concreto)

Puoi partire da qui


  • Prima di scrivere un proposito, chiediti da che emozione nasce (ansia, paura, abbandono, rabbia, entusiasmo, felicità, tristezza, ...)

  • Scegli un’area della tua vita e prova a formulare un desiderio che inizi con: “Quest’anno vorrei sentirmi più…”. Formula in positivo e non "Quest'anno vorrei sentirmi meno" (Il nostro cervello funziona come un navigatore, ci porta dove gli diciamo di andare, ma non sa cosa fare se gli diciamo solo dove non vogliamo andare)

  • Porta con te una sola domanda, senza fretta di rispondere, stacci anche più giorni. Non è non fare nulla, la mente lavora per te anche quando non te ne accorgi

  • Individua un gesto minimo, così piccolo da poterlo ripetere senza sforzo. Quando diventa un'abitudine, individuane un altro e procedi così

  • Fai attenzione a quando stai stringendo troppo e sperimenta cosa succede se allenti di poco


Non prendere questi punti come regole da seguire, ma come punti di appoggio da cui iniziare. Siamo umani, non macchine. Questo non vuol dire che sia una scusa per non fare nulla, ma che nel fare bisogna trattarsi con gentilezza.

 
 
 

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